perdo tempo, perdo ombrelli, memoria, bancomat.
perdo treni, passi, persone, perdo tutto, perché?
poi ritrovo le cose perse, ma diverse.
sforbiciare stanchezze e depistare desideri fa bene alla salute.
considerando tutto il tempo che dovremo stare morti, mi prende improvvisa e forte la voglia di non andare mai più a dormire per tutte le cose, persone, luoghi che ho ancora da fare, vedere, incontrare, attraversare, abbracciare, fuggire, rincorrere, toccare, schivare, desiderare, raggiungere, lasciare, prendere, contemplare.
pensiero che inizia negativo, ma non lo è, assolutamente no, è il suo contrario.
quante cose possono fare le dita.
togliere, mettere, indicare, schiacciare, chiamare, far male, far bene, accarezzare.
oggi, nervosismo polimorfo.
si potrebbe accendere un cerino, a sfiorarmi.
e pensare che vorrei chiudere gli occhi e diventare liquida, o semiliquida.
e se metamorfosi deve essere, che io mi trasformi in miele.
all’istante.

se fossi un fumetto
mi piacerebbe essere diabolik
anzi, a essere proprio precisi,
eva kant
oh.

"il cielo sopra berlino" di wim wenders
giornate di misantropia elementare in cui non ho voglia di rispondere al telefono, salutare voci, incontrare facce, sfiorare corpi, in casi estremi sostenere conversazioni e sorridere, e qualcuno addirittura fa gli auguri di natale, ma mancano dieci giorni, hai paura di rimanere indietro, già che ci sei fammi anche quelli di capodanno che poi magari non mi vedi e rimango senza e come faccio a essere felice senza la tua formuletta, come faccio.
giornate di misantropia elementare in cui il tempo ha un senso solo quando sono con il mio gatto, o dentro un cinema, o quando dico ed ascolto parole di unalingua in fieri.
un senso gioioso, come essere spinti su un’altalena.
sabato sera classico.
cinema e cena in ristorantino dei vicoli.
siamo in dieci, io capito a capotavola.
posizione perfetta per osservare e ascoltare senza partecipare più di tanto, che non ne ho voglia, davvero stasera non ne ho voglia.
mi arrivano spifferi di discorsi, tutti mescolati.
«la prossima estate west coast degli stati uniti, dal grand canyon alla california, venite? domani a sciare andata e ritorno in giornata, venite?, domani gita a piedi sul monte di Portofino,venite? chi prende il dolce? r. di sicuro, r ci sei?».
più o meno, ci sono, no a sciare no, non possiedo più sci da quindici anni, «li affitti», no grazie.
portofino domani, la domenica del ponte dell’immacolata a farsi largo tra i milanesi? no grazie.
west coast? con voi no grazie, quest’ultima la penso ma non la dico.
ma quanti programmi hanno, ma quanti programmi fanno.
ho freddo in questo ristorantino così carino di piazza delle vigne, sono lontanissima dalla stufa e appiccicata alla finestra, intorno a me solo discorsi di facce che mi sembra di conoscere appena, b. è seduta dall’altra parte del tavolo e mi saluta, lei e la sua mania di chiamare venti persone e accozzarle insieme.
ho sempre più freddo, «la prossima domenica tour enogastronomico del monferrato in bicicletta, venite?», andata e ritorno in giornata vero? sì sono già lì.
e mi concentro sul mio soufflé.

devo andare.
in patagonia.
o dietro l’angolo dei magazzini del cotone, laggiù sulle panchine davanti ai rimorchiatori.
pur di andare.
sorridere mi viene facile.
mediamente facile.
per gentilezza, stupore, timidezza.
per lontananza dalla situazione.
ridere, no.
ridere mi viene più difficile.
ci vuole la persona giusta, lo sguardo giusto, il sottinteso giusto.
è più elementare piangere, che ridere.
c’è questa poesia di samuel beckett come una girandola che gira anche a vento fermo, la leggo e la rileggo.
terrified again
of not loving
of loving and not you
of being loved and not by you
of knowing not knowing pretending
pretending
I and all the others that will love you
if they love you
unless they love you
spaventarsi di non amare chi ci ama e di amare chi non ci ama e fingere di non saper fingere, fingere amori e amare finzioni, amare amori e fingere finzioni, all’infinito spaventati e tranquillizzati senza tregua.

voglio andare a lisbona.
tutti a dirmi ma no è triste, ma no è malinconica, ma no è uguale a genova (ma quando mai?), ma no vai lì, vai là, vai su, vai giù.
ma io voglio andare a lisbona.
sto cercando con una certa urgenza da qualche anno un corso “per imparare a dire di no”.
qualsiasi cosa, un training teatrale psicolinguistico, un seminario di arti marziali con annesso elettrochoc zen, un workshop di yoga tribale per sole donne.
qualunque cosa per imparare a dire NO.
work
senti r. mi fai questa cosa entro un’ora, questa entro un’ora e un quarto e quell’altra entro un’ora e tre quarti, vero? no.
ah r. ci pensi tu a queste 105 persone da sentire al telefono massimo massimo entro domani mattina alle otto? no.
oh r. ci vai tu martedì a torino e già che ci sei passi per milano così te la cavi con due cose in una? no.
mother
domenica lo sai che vieni a pranzo con noi dalla zia della zia che è il suo onomastico e se non vieni ci soffre? mamma, no.
friends
r. sto male, sono in crisi, sono sotto casa tua, salgo e parliamo, dormivi?, vabbè salgo subito, eh? no.
un piccolo corso.
intensivo.
per diventare una no woman doc.

ecco.
è da un po’ di giorni che mi sento come calvin.
proprio esattamente come lui.
this is the only life I’ve got.
and so?